Il 6 aprile 1941,  i Tedeschi decidono di attaccare la Jugoslavia e la Grecia; “Tiriamo fuori gli Italiani dalla m….” aveva detto Hitler ordinando l’apertura delle ostilità, mentre l’Italia si affrettava a dichiarare guerra anche alla Jugoslavia. I nazisti non incontrarono ostacoli significativi alla loro avanzata, ma l’attacco tedesco poteva risolversi in una ecatombe ai danni dei soldati italiani: le nostre divisioni rischiavano di venire schiacciate lungo la frontiera albanese tra gli Jugoslavi in fuga e i Greci.

Già il 7 aprile gli Jugoslavi effettuavano operazioni offensive verso Scutari e Kukes.

L’Esercito jugoslavo poteva umiliarci e ciò poteva divenire motivo di disprezzo al momento dell’armistizio.

Amè allora decise di agire senza consultare governo e vertici militari, prendendo un’iniziativa che poteva condurlo davanti al Tribunale Miltare.

Amè salvò molte vite semplicemente restando seduto sulla sua scrivania di Roma e sfruttando la sua perfetta conoscenza del servizio radio jugoslavo (frequenze, orari, località). Prima del conflitto infatti il governo di Belgrado aveva provveduto a cambiare i cifrari; purtroppo per loro Amè aveva previsto la mossa e mobilitò fin da subito le spie italiane dell’ufficio albanese, le quali nel giro di poco tempo riuscirono a ricostruire nominativi convenzionali e cifrari.

Ispirò la beffa un documento sottratto da un agente italiano presso l’ambasciata britannica a Roma pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Il documento (microfotografie) era un rapporto dettagliato sui comandanti greci, turchi e jugoslavi; nel rapporto ampio spazio era dedicato al capo supremo dell’esercito jugoslavo, il generale Simovic, definito collerico e famoso per i suoi ordini improvvisi e apparentemente assurdi.

Fu pensando proprio a questi ordini illogici che Amè il 12 aprile 1941 scrisse un telegramma:

AL COMANDO DIVISIONE CETTIGNE: LE DIPENDENTI TRUPPE SOSPENDANO OGNI AZIONE OFFENSIVA STOP SI RITIRINO IN DIREZIONE PODGORICA ORGANIZZANDOSI A DIFESA. FIRMATO: GENERALE SIMOVIC

Il generale scrisse poi un altro telegramma simile a questo per tentare di fermare le forze jugoslave a Kukes. I telegrammi furono trasmessi in “cifra” jugoslava e trasmessi sulla lunghezza d’onda che usava il nemico. Il giorno dopo il centro radio del SIM si finse nuovamente la stazione emittente del quartier generale jugoslavo e chiese alla divisioni di Cettigne e Korowska se avessero ricevuto il dispaccio inviato. La risposta fu affermativa.

Solamente 3 giorni più tardi gli Jugoslavi si accorsero si essere stati giocati, ma nel frattempo al fronte era mutata la situazione. “Sulla direttrice di Kukes – racconta Cesare Amè – la divisione Kas Mitrovica rallentò l’attacco dando segni di disorientamento e perplessità. L’aggressività nemica finì per smorzarsi del tutto”. Effetti più evidenti si ebbero sul fronte di Cettigne. Nella zona di Scutari la forte pressione nemica obbligò gli Italiani ad arretrare. Il 12 e il 13 aprile ci furono violenti combattimenti e i soldati italiani rischiarono il massacro visto l’avvicinamento di altri due reggimenti di jugoslavi. Il 14 invece si fermò l’offensiva permettendo alle truppe italiane di effettuare tra il 15 e il 17 il balzo che doveva portarle a Cattaro e Cettigne il giorno dell’armistizio con la Jugoslavia.

 

“Like their O.K.W. colleagues, the Sezione 5 cryptanalysts had solved the military ciphers of Yugoslavia, with whom Italy’s relations had been strained over Fiume and Trieste practically since Yugoslavia was created after World War I. The Germans used the solutions for a blitzkrieg from the north. The Italians exploited them in a crafty deception that helped avoid a possible debacle in the south.

Almost up to the moment of the Axis invasion, the Italian armies that had occupied Albania had exposed what Churchill picturesquely called their “naked rear” to Yugoslavia in the north. Yugoslavia had no chance against the Wehrmacht, but both Axis and Allies realized that if she struck forcefully against the rather disorganized Italians, she could win a  major victory, embarrass Mussolini, delay the Axis conquest, and acquire the munitions and supplies for a large-scale guerrilla harassment of the Nazi occupiers. Thus, when two Yugoslav divisions drove southward on April 7—one from Cetinje toward Shkoder, the other from Kosowska Mitrovica toward Kukes—it was regarded as a serious business. Especially when, by April 12, the Cetinje division had shoved the Italians back to the gates of Shkoder and was pummeling them with attacks of increasing  intensity.

At this juncture the Servizio Informazione Militare got an idea. It  drafted two telegrams in Yugoslav military style and affixed the signature of General Dusan Simovic, head of the new government. One read:

To the Cetinje divisional headquarters:

Subordinate troops will suspend all offensive action and retire  in the direction of Podgorica, organizing for defense.

And the other:

To the Kosowska Mitrovica divisional headquarters:

Withdraw immediately with all subordinate troops back towards  Kosowska Mitrovica.

Simovic

 

Both messages were enciphered in the Yugoslav Army system, and at  10 a.m. on April 13, an S.I.M. station, observing all Yugoslav radio regulations as to wavelength, transmission times, and subordinate stations, contacted the two divisional stations and passed the messages, both of which were receipted for. The drive toward Kukes slackened immediately. The Cetinje division, however, requested confirmation. None came.

Next morning, the confused divisional command, not having received  any disavowal of the enciphered orders, and consequently believing that they were valid though incomprehensible lifted its attacks at Shkoder and began retreating northward. The Italians hastened to fill the military vacuum that was created, and marched the 10 miles from Kotor to Cetinje in a day. Next day the Yugoslav headquarters replied that no retreat had been ordered, but by then it was too late. It only told the Yugoslavs that their ciphers were compromised, and, unable to issue new ones in the fluid situation, they attempted to assure the legitimacy of their communications through onerous controls. Instead they gummed their command machinery at a time when every hour counted. A few days later it was all over. The S.I.M.’s fake messages had saved Italy from a crippling defeat.

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