Tra i tanti scontri della seconda guerra mondiale ad essere stati da noi poco approfonditi – nonostante la durezza dei combattimenti e le numerose truppe del Regio Esercito impegnate – vi è sicuramente la cosiddetta battaglia di Agrigento, avvenuta tra il 12 ed il 16 luglio del 1943 a pochi giorni di distanza dallo sbarco degli Alleati in Sicilia. La città, posta nella Sicilia centro-meridionale, si trovava ad avere un peso strategico particolare, controllava infatti la strada statale che arrivava sino a Palermo con, a pochi chilometri verso ovest, le infrastrutture marittime di Porto Empedocle, da dove potevano facilmente giungere i materiali e i rifornimenti necessari alle truppe statunitensi impegnate ad aprirsi un varco verso l’interno dell’isola. […]

LO STATO DI EMERGENZA

Il 30 maggio del 1943 il generale Mario Roatta, comandante della 6a Armata, venne sostituito nell’incarico dal generale Alfredo Guzzoni. Nei giorni precedenti lo sbarco degli Alleati si trovavano in Sicilia, oltre alle divisione costiere, quattro divisioni di manovra dell’Esercito: “Livorno”, “Napoli”, “Aosta” e “Assietta”; a queste forze si aggiungevano due divisioni tedesche, la “Goering” e la “Sizilien”. Ad Agrigento, come si è già detto, c’erano i reparti della 207a Divisione costiera rafforzati dal 177° Reggimento bersaglieri mobilitati, stanziati nei centri abitati vicini e tenuti come forze di riserva insieme al Gruppo mobile “B”. Come riserva erano tenuti anche i semoventi Ansaldo da 90/53 mm del 10° Raggruppamento artiglieria agli ordini del colonnello Ugo Bedogni; queste armi di fatto costituivano l’unica componente corazzata che poteva contrapporsi ai carri “Sherman” americani, ma il reparto poteva intervenire solo su autorizzazione dei comandi superiori. Inoltre, a riserva del XII Corpo d’armata vi era anche il 10° Reggimento bersaglieri tenuto a Chiusa Sclafani e rafforzato da un gruppo di artiglieria. L’invasione della Sicilia da parte degli Alleati (operazione “Husky”) era stata decisa a gennaio del 1943 dal presidente statunitense Franklin D. Roosevelt e dal premier britannico Winston Churchill durante il vertice di Casablanca ( 8 ). Posta al comando del generale americano Dwight Eisenhower, prevedeva l’impiego di due armate: l’ottava britannica del Maresciallo Bernard Montgomery, che avrebbe attaccato la cuspide orientale dell’isola, e la settima americana, al comando del generale George Patton, che avrebbe dovuto proteggerne il fianco sbarcando da Licata e Gela sino a Scoglitti. L’unico settore di sbarco che interessò il territorio difeso dal XII Corpo d’armata fu dunque quello della 207a Divisione costiera nel territorio di Licata. Il pomeriggio del 9 luglio le cattive condizioni del tempo sul canale di Sicilia facevano ritenere assai improbabile un eventuale sbarco degli Alleati sulle coste meridionali siciliane, ma alle 16.30 un ricognitore tedesco avvistò al largo di Malta 5 convogli con mezzi da sbarco in navigazione verso la Sicilia. Alle 19.30 il comando della 6a Armata diramò lo stato di allarme che si tramutò alle 01.10 in stato d’emergenza. Alle motosiluranti tedesche che si trovavano a Porto Empedocle venne ordinato di attaccare i convogli avversari: mollarono gli ormeggi le Schnellboote S-30, S-33, S-36, S-54, S-55, S-58, e S-61, che però, a causa delle sfavorevoli condizioni del mare, furono costrette a desistere e a ritirarsi verso ovest (9). Nella notte, nei porti di Licata e di Porto Empedocle furono fatte brillare le cariche esplosive già predisposte per rendere inutilizzabili gli approdi, ma le distruzioni che ne risultarono furono giudicate insufficienti (10). Poco più tardi il cacciatorpediniere USS Ordronaux, DD-617 della classe “Benson Livermore”, aprì il fuoco con i propri pezzi da 127 mm contro Porto Empedocle da circa 12.000 metri. L’unità venne contrastata dalla batteria antinave “Glena” da 120/50 e da una batteria tedesca da 88 mm assistita da un impianto radar, il cui tiro inquadrò la nave, proveniente dalla direzione di Capo Rossello, che invertì la rotta sospendendo il fuoco.

LO SBARCO NEL SETTORE DI LICATA

Le forze che sbarcarono a Licata erano quelle della colonna “Joss” che raggruppava la 3a Divisione di fanteria statunitense del generale Truscott con l’aggiunta di reparti corazzati ed il 3° Battaglione Ranger (11). Tra le spiagge che vennero raggiunte dai mezzi da sbarco c’era quella occidentale di Torre di Gaffe dove si scontrarono gli uomini del 7° Gruppo tattico reggimentale statunitense e quelli del 419° Battaglione del 139° Reggimento costiero. I combattimenti iniziarono verso le 4.00 e volsero a favore degli attaccanti grazie all’intervento delle artiglierie da 152 mm dell’incrociatore USS Brooklyn CL-40 e da 127/38 del cacciatorpediniere USS Buck DD-420. I ranger del tenente colonnello Brady, insieme al 2° Battaglione del 15° Reggimento di fanteria, attaccarono a Mollarella riuscendo a entrare nella cittadina conquistandola intorno alle 11.30 dopo aver sopraffatto i difensori delle casamatte del 390° Battaglione costiero. La zona a due chilometri dal fiume Salso vide i combattimenti tra i restanti battaglioni del 15° Reggimento del colonnello Johnson e il 538° Battaglione costiero. Infine, la spiaggia di Falconara fu occupata dal 30° Gruppo reggimentale del colonnello Rogers, nonostante il tiro delle artiglierie italiane collocate sul monte Desusino che, tra l’altro, mancarono di poco alcune navi; poi, però, il fuoco degli incrociatori statunitensi riuscì a ridurle al silenzio. Gli italiani non riuscirono quindi a rigettare in mare le forze sbarcate, nonostante – secondo fonti statunitensi – il treno armato della Regia Marina TA. 76/2/T avesse creato seri problemi con il tiro dei suoi cannoni da 76/40 prima di essere distrutto. All’alba, comunque, un attacco aereo tedesco riuscì ad affondare il dragamine USS Sentinel AM-113, mentre due cacciatorpediniere statunitensi entrarono in collisione e furono costretti a ritirarsi. Il primo intervento tentato dal comando della divisione costiera alla Rupe Atenea fu quello di inviare all’attacco il gruppo tattico di Ravanusa del console Negroni, composto dal 17° Battaglione camicie nere e dal 1° Gruppo squadroni di cavalleria “Palermo” rafforzati dalla 259a Compagnia mitraglieri. Ma, purtroppo, per iniziativa del suo comandante questo gruppo tattico si ritirò su Caltanissetta senza combattere (12). Vista la situazione drammatica venutasi a creare già a metà giornata con la caduta del presidio di casa Sillitti, il comando del XII Corpo d’armata si premurò di inviare rinforzi alla 207a Divisione costiera, rappresentati dal 177° Reggimento bersaglieri e da una batteria da 105/28 del 22° Gruppo stanziato a Chiusa Sclafani. I semoventi da 90/53 di Canicattì erano indispensabili per poter tentare di arrestare l’offensiva nemica potentemente appoggiata da mezzi corazzati moderni quali erano i carri armati “Sherman”. Questo reparto fu messo a disposizione del generale Schreiber soltanto a metà giornata e poté appoggiare il tentativo di contenimento del nemico con il 526° Battaglione del 177° Reggimento nel tardo pomeriggio, quando le truppe americane avevano già occupato la stazione di Favarotta; per tale ragione la linea di difesa fu stabilita nei pressi di Campobello di Licata. Contemporaneamente il generale Arisio decise di inviare alla 207a Divisione tutto il 22° Gruppo artiglieria da 105/28 oltre a due battaglioni bersaglieri (35° e 73° del 10° Reggimento) che avrebbero dovuto concorrere alla controffensiva del giorno seguente. Inoltre c’è da aggiungere un combattimento che in molte pubblicazioni non è citato in quanto non riportato nel diario storico del XII Corpo d’armata (13). Riguardò il 525° battaglione del 177° con l’aggiunta di un plotone della la Compagnia motomitraglieri e rafforzato dalla 2a Batteria del 223° Gruppo da 100/22 Skoda. Queste forze erano state inviate da Agrigento a Palma di Montechiaro ma, raggiunta la cittadina, il battaglione si scontrò con forze americane provenienti da Licata e dotate anche di carri armati (14). Dopo duri combattimenti il reparto fu in gran parte accerchiato e sopraffatto, mentre la batteria, che si era posizionata ad ovest di Palma di Montechiaro, fu anch’essa attaccata, riuscendo a mettere in salvo solo uno dei suoi pezzi, riparando nei pressi del ponte sul fiume Naro insieme al plotone motomitraglieri e ai resti del battaglione bersaglieri. Si giunse quindi all’alba dell’ 11 luglio, momento in cui scattò quella che per i comandi italiani poteva essere l’offensiva determinante pianificata in più direzioni. In particolare, da Campobello di Licata attaccarono gli uomini del reparto comando del colonnello Venturi del 177° Reggimento bersaglieri, rinforzati dal 526° Battaglione del maggiore Maritati e da 8 semoventi del 161° Gruppo artiglieria affiancati dalla 1a Compagnia motomitraglieri. Il comando di queste truppe avrebbe dovuto essere assunto dal console Francisci, ma l’ufficiale fu mortalmente colpito nel corso di un mitragliamento aereo durante un’ispezione e nella tarda mattinata fu chiamato a sostituirlo lo stesso generale Schreiber, al quale subentrò nel comando della 207a Divisione il generale Augusto De Laurentis, fino ad allora comandante della fanteria della divisione “Assietta”.

(FRANCISCI Enrico, Medaglia d’oro al valor militare, Generale di Divisione ris. già luogotenente generale della M.V.S.N., motivazione: Ufficiale generale valorosissimo, riuscito ad ottenere in situazione estremamente critica il comando di truppe operanti in settore delicato contro soverchianti forze nemiche, raggiunse nottetempo le posizioni più avanzate. Preso personalmente contatto coi reparti in prima linea impartì gli ordini per l’azione. Alle prime luci dell’alba, accesosi il combattimento fra carri armati nemici ed alcuni semoventi italiani, si portò al lato del semovente più avanzato e, mentre, in piedi seguiva le mosse dell’avversario fu colpito in pieno da una granata sparata da brevissima distanza. Animati dal sublime esempio bersaglieri ed artiglieri, testimoni della gloriosa sua morte, si accanirono nella resistenza emulando il loro eroico comandante. — Favarotta-Campobello di Licata, 11luglio 1943. Ndc.)

Il contrattacco, partito da Campobello, fu però anticipato dagli statunitensi del 3° Battaglione Ranger e del 2° Battaglione del 15° Reggimento fanteria appoggiati da forze corazzate che, a Case Musta, si scontrarono con i reparti italiani. Lo scontro fu aspro e diversi mezzi corazzati rimasero distrutti, mentre numerose furono le perdite tra i bersaglieri che alla fine furono costretti a ritirarsi, abbandonando anche Campobello di Licata e portandosi in località San Silvestro a 4 km da Canicattì, dove il generale Schreiber prese il comando delle truppe italiane e di reparti tedeschi del gruppo “Neapel”, agli ordini del colonnello Geisler, il quale poteva contare su 15 carri armati. Da allora, dunque, lo scontro si spostò più a nord della città capoluogo, sganciandosi dalla vera e propria battaglia per la sua conquista. Lungo la costa partì invece l’altra controffensiva, organizzata dal XII Corpo d’armata del generale Arisio, che spettò al 527° Battaglione bersaglieri rafforzato dalla seconda batteria da 105/28 del 22° Gruppo che era stato interamente messo a disposizione della 207a Divisione costiera. Gli ordini erano quelli di posizionarsi davanti all’abitato di Palma di Montechiaro, ma il comandante, preso dall’euforia, decise di avanzare e riconquistare la città, la quale venne però accerchiata dagli americani del 3° Battaglione del 7° Gruppo reggimentale che costrinsero alla resa le truppe italiane, mentre la batteria del 22° Gruppo fu distrutta dall’aviazione avversaria lungo la statale. L’ultima colonna che avrebbe dovuto attaccare in concomitanza con gli altri reparti era quella del 35° Battaglione del 10° Reggimento bersaglieri appoggiato dalla 12a Batteria da 75/27 del 103° Gruppo. Queste truppe, però, giunsero in ritardo e soltanto alle 13.30 poterono attaccare da Castrofilippo verso la cittadina di Naro, già occupata da parte di un battaglione americano del 41° Reggimento corazzato. Purtroppo, in nottata, vista l’eccessiva esposizione della posizione, fu necessario far indietreggiare il reparto dei fanti piumati, così che gli americani poterono spingersi a sud di Canicattì.

L’ATTACCO AEREONAVALE 

La giornata del 12 luglio non portò nulla di buono ai difensori di Agrigento, infatti nella mattinata intervennero anche le navi statunitensi che dal largo di Siculiana Marina bombardarono Porto Empedocle. Grazie alle indicazioni del radar tedesco, la batteria “Glena” (centurione Giuseppe Morello) e la già citata batteria germanica da 88 mm (15), entrambe schierate sull’altopiano Lanterna, aprirono prontamente il fuoco facendo sì che in un primo momento le navi si allontanassero, ma qualche ora dopo l’attacco riprese violentissimo. La batteria tedesca fu centrata in pieno, mentre tra i militi della Milmart fu il panico, soprattutto tra il personale addetto alle mitragliere antiaerei che si trovavano allo scoperto nelle loro postazioni. Forse è a questo punto che avvenne il sabotaggio delle 4 batterie antiaerei da 90/53 del 77° gruppo Maca e di parte di quelle della Milmart. Per comprendere il fattaccio, che fece andare su tutte le furie il comando della 207a Divisione costiera e quello d’artiglieria del 12° GAF del colonnello Corrado Ravaioli, bisogna precisare la circostanza che il 3° Gruppo Milmart, da cui dipendeva anche il 77° Gruppo Maca giunto nei primi mesi dell’anno di rinforzo al primo, aveva perduto l’8 luglio, a seguito di un’incursione aerea nemica, il seniore Gaspare Pandolfo, un energico comandante che aveva condotto con determinazione sia la Dicat sia il FAM (Fronte a mare) di Porto Empedocle. Le unità navali che attaccarono Porto Empedocle furono l’incrociatore leggero USS Birmingham CL-62, della classe “Cleveland”, scortato dai caccia USS Edison DD-439 e USS Ludlow DD-438. La formazione statunitense si tenne tuttavia a distanza dal porto empedoclino a causa della nota presenza di un campo minato difensivo posato dalle Schnellboote tedesche della 3a Flottiglia nel maggio precedente (16). Quello stesso lunedì 12 luglio fu però nefasto soprattutto per la popolazione civile di Agrigento, che dovette subire un primo pesante bombardamento dell’abitato alle 07.48 a opera di 24 bimotori B-26 “Marauder” del 319° Gruppo dell’U.S.A.A.F. decollati dalla Tunisia e un secondo attacco alle 09.55 da parte di 12 P-38 del 14° Gruppo da caccia (17). Fu una strage che costò oltre 200 vittime, in gran parte causate dal fatto che vennero colpite alcune entrate di rifugi antiaerei protette da sacchetti di sabbia in funzione antischegge, con la conseguenza di ostruirle completamente impedendo l’ingresso dell’aria nei rifugi stessi. I probabili obiettivi degli aerei erano probabilmente la caserma “Crispi” e la stazione centrale, che però furono mancati. Per contro, molte bombe esplosero sul viale della Vittoria, in via Porcello e a piazza Ravanusella, mentre tra via Pirandello e piazza San Francesco colpirono il rifugio ubicato nei pressi della vicina chiesa. Anche il monastero di Santo Spirito fu colpito, mentre la Valle dei templi, situata nella periferia sud-est della città, non subì alcun danno dopo che era stata già risparmiata anche il 10 luglio da un bombardamento contro le fortificazioni di presidio a Porta Aurea.

LA DIFESA DEL FIUME NARO 

Conquistata Palma di Montechiaro e sgominato il battaglione di bersaglieri che vi era schierato, gli americani si trovarono con la strada aperta verso Agrigento ed il suo importante quadrivio di Spinasanta il quale, a sua volta, avrebbe loro “spalancato la porta” per Palermo. Il 13 luglio il generale Truscott, comandante della 3a Divisione dell’U.S. Army, incaricò il 1° Battaglione del 7° Reggimento fanteria di compiere una perlustrazione verso sud-ovest per sondare le difese dello schieramento avversario, allora complessivamente così composto: a nord-est di Agrigento, nei pressi di Castrofilippo, si trovava il 35° Battaglione bersaglieri; più a sud erano concentrati i resti del 525° Battaglione bersaglieri, semidistrutto a Palma di Montechiaro il giorno dello sbarco, mentre a sud-est, sul fiume Naro, era posizionato il 73° Battaglione del 10° Reggimento bersaglieri. Quest’ultimo reparto rimase però bloccato sulla sponda esterna del corso d’acqua dopo il brillamento delle cariche apposte al vicino ponte. Il 74° Battaglione, ultimo del 10° Reggimento ad essere inviato in rinforzo dal comando del Corpo d’armata, aveva in dotazione mitragliere antiaerei Breda da 20 mm e cannoni controcarro da 47/32, e fu impiegato sia nel rafforzamento della linea difensiva sul fiume Naro sia per presidiare alcuni capisaldi circostanti la città di Agrigento ( 18 ). Ad appoggiare i reparti sopraelencati vi erano soprattutto le artiglierie pesanti del 160° Gruppo di Montaperto, e quelle assai più vicine del 35° Gruppo di Cozzò Mosé. Di corazzato purtroppo vi era ben poco e nulla di moderno. Nel vicino comune di Raffadali si trovava il “Gruppo mobile B” e in quello di Aragona erano presenti reparti non precisati, forze eterogenee composte da reparti minori degli stessi reggimenti impegnati al fronte e da qualche reparto delle divisioni “Aosta” e “Assietta”. Come è noto, il contrasto italiano sul mare era stato limitato ai sommergibili e alle motosiluranti e pure modesto era, per forza di cose, anche quello dei velivoli della Regia Aeronautica. La ricognizione della fanteria americana partita da monte Narbone si venne a trovare contro la linea del fiume Naro che si dimostrò assai salda, soprattutto per la presenza delle efficienti artiglierie italiane che dimostrarono di poter effettuare un tiro celere e diretto e che costrinsero a cessare la penetrazione nemica.

LA CONQUISTA DI AGRIGENTO 

La conquista della città dei templi, con l’importante, vicino porto empedoclino, rivestiva una particolare importanza strategica per gli statunitensi, ai fini di una eventuale avanzata verso la parte occidentale dell’isola, ma, dato che il comandante terrestre di “Husky”, il Maresciallo britannico Alexander, aveva assegnato alle forze di Patton il solo compito di proteggere il fianco dell’8a Armata britannica, indirizzata a conquistare Messina nel più breve tempo, la possibilità di un attacco in forze fu negato. Il generale americano riuscì comunque a ottenere l’autorizzazione per una ricognizione offensiva da far svolgere soltanto al 7° Gruppo reggimentale della 3a Divisione di fanteria rafforzato da reparti corazzati, dal 3° Battaglione Ranger oltre che al 10° Battaglione di artiglieria campale e due altri battaglioni del 77° Reggimento di artiglieria campale. Il tutto fu facilitato dal fatto che, la mattina del 14 luglio, gli americani avevano conquistato Favara dopo aver respinto le deboli forze di presidio della cittadina e i resti del 35° Battaglione bersaglieri. Nei combattimenti svoltisi tra Castrofilippo e il Naro, particolare valore aveva dimostrato il comandante del reparto italiano, maggiore Guido Moccia, che il 13 luglio aveva respinto ripetutamente l’attacco del 30° Gruppo reggimentale avversario perdendo oltre 200 uomini tra morti e feriti, ma abbattendo un aereo, distruggendo pezzi d’artiglieria e mezzi militari nemici. L’ufficiale fu colpito più volte e costretto ad essere trasportato in ospedale, dove subì l’amputazione di un braccio; questi fatti gli valsero la Medaglia d’Oro al Valor militare.

(MOCCIA Guido ,Medaglia d’oro al valor militare, Maggiore cpl., 10° rgt. Bersaglieri, motivazione: Ufficiale di complemento mutilato di guerra, assumeva volontariamente il comando di un battaglione bersaglieri. Impegnato contro agguerrito avversario preponderante per forze e mezzi, ne contrastava l’aggressività con indomito valore, in tre giorni di epica, sanguinosa, impari lotta. Nel momento più critico della difesa, sotto un uragano di fuoco che dalla terra e dal cielo si riversava sul suo reparto animava con ammirevole tenacia l’eroica resistenza degli scarsi superstiti. Sempre primo tra i primi, benché già ferito per ben sei volte consecutive nello spazio di poche ore, fra cui la mutilazione del braccio destro e una gravissima ferita al viso, non desisteva dalla sua eroica azione che protraeva con sovrumana fermezza, finché esausto dava le consegne spirituali e materiali del battaglione all’unico capitano superstite incitandolo, all’estremo delle forze, a persistere nella cruenta impari lotta. Esempio fulgido di salde virtù militari. — Naro-Favara (Agrigento), 11-14 luglio 1943. Ndc.) 

Ferito rimase anche il capitano Oliveri che guidava il fuoco dell’unica batteria di accompagnamento. Era evidente che senza decisi interventi sul mare e in assenza di un efficace appoggio aereo, in Sicilia la sorte dei difensori era segnata. Gli Alleati erano infatti in quei giorni padroni pressoché assoluti dei cieli siciliani, mentre qualsiasi posizione italiana poteva essere battuta dalle artiglierie delle navi anglo-americane che, dal 14 in poi, esplicarono lo sforzo maggiore per appoggiare le proprie truppe di terra impiegando gli incrociatori USS Birmingham e Philadelphia (CL- 41) oltre al grosso monitore HMS Abercrombie e numerosi cacciatorpediniere (19). L’unico vero ostacolo all’azione delle navi fu rappresentato da una batteria che non compare nei documenti ufficiali perché arrivata pochi giorni prima dello sbarco degli Alleati. Si trattava di una batteria di cannoni antiaerei da 90/53 del Regio Esercito piazzata in contrada Piano Gatta. Questa batteria non aveva il mare dinnanzi, ma, contrariamente alle vicine batterie pesanti del 160° Gruppo che erano sulle alture di Montaperto, aveva a sua protezione il costone di Monserrato. Rilevarla dal mare era quindi difficile, in considerazione anche del fatto che sulla cima di Monserrato c’era un osservatorio, comandato dal tenente colonnello Michele Chironi, dove ufficiali di artiglieria fornivano via radio le coordinate di tiro alla sottostante batteria (20). Sempre per radio, veniva inoltre dato anzitempo l’allarme aereo, ordinando di nascondere temporaneamente i pezzi negli uliveti circostanti. La fase finale della battaglia per Agrigento arrivò il 15 luglio quando si verificarono due fatti che meritano di essere ricordati: l’intervento del treno armato antinave da 120/45 della Regia Marina, ricoverato all’interno della galleria ferroviaria di contrada Caos, e l’arrivo di dragamine statunitensi con il compito di aprire dei varchi nel campo minato che proteggeva lo scalo portuale empedoclino. Uno dei dragamine, l’USS Staff AM-114, rimase gravemente danneggiato dall’esplosione di una delle mine con numerose vittime. Va ricordato anche che, secondo la 207a Divisione costiera, nel pomeriggio del 15 ci fu un tentativo di sbarco tra la foce del fiume Naro e San Leone che fu sventato dalle restanti artiglierie di Cozzo Mosé del 35° Gruppo e dal 380° Battaglione costiero che armava ancora le casa-matte lungo la costa con mitragliatrici e pezzi anticarro. L’attacco finale ebbe inizio in serata, quando da Favara mosse il 3° Battaglione Ranger con il compito di conquistare il quadrivio Spinasanta e perlustrare la zona ad ovest della città, interrompendo i collegamenti con Raffadali; più tardi, sempre dallo stesso territorio di Favara, mosse il 2° Battaglione del 7° Fanteria, comandato dal maggiore Duval, con obiettivo la conquista della collina 333 a nord e il controllo della strada che collegava Agrigento con le retrovie di Aragona. La manovra combinata dei due battaglioni avrebbe permesso l’accerchiamento dello schieramento italiano con la cattura della città capoluogo e della vicina Porto Empedocle. Sul fronte del fiume Naro rimase il 1° Battaglione, che fu certamente quello che affrontò maggiori ostacoli, infatti al tramonto il colonnello Moore che lo comandava mandò i suoi reparti nei pressi di Serra Sala, su tre brulle colline aldilà del fiume. La battaglia fu durissima in quanto quelle alture erano presidiate da una compagnia superstite del 525° Battaglione bersaglieri che era stato sopraffatto a Palma di Montechiaro il primo giorno di combattimenti. Comandante della compagnia rimasta su quelle posizioni era il capitano Ludovico Ricciardelli che non si limitò soltanto alla difesa, ma si lanciò persino in un coraggioso contrattacco, rimanendo ucciso da una scheggia di bomba a mano nemica che lo colpì alla gola (21). In quella notte tra il 15 ed il 16 luglio la missione più complessa riguardava comunque il Battaglione Ranger del maggiore Dammer, il quale attaccò verso la mezzanotte il quadrivio Spinasanta catturando 164 soldati italiani e procedendo verso la superstrada n. 122 dove all’alba poté compiere un’imboscata ad un convoglio italiano proveniente da Aragona e composto da due camion e 10 motociclette. Fu un riuscito attacco di sorpresa che causò numerose perdite nonché la cattura di 40 prigionieri circa. Dopo questo successo i Rangers conquistarono Montaperto mettendo in fuga o catturando gli artiglieri delle batterie del 160° Gruppo colti di sorpresa dal fuoco dei mortai da 60 mm operanti da posizioni dominanti (22). I Rangers proseguirono su Masseria Gramaglia, posta sull’altura di Monserrato, e, dopo uno scontro a fuoco abbastanza breve dovuto alla sorpresa, furono catturati numerosi ufficiali italiani tra i quali il tenente colonnello Chironi. Avvenne però che dopo questo successo cadde il tenente Raymond Campbell, comandante della Compagnia “F”, per la reazione di una vicina casamatta, comandata dal sottotenente Celauro (23). A Masseria Gramaglia il Battaglione Ranger era stato suddiviso in due gruppi dei quali uno si scontrò lungo la linea fortificata nei pressi del cimitero con un nutrito gruppo di italiani. Ma questa volta la resistenza opposta non fu ostinata come in altre circostanze. Poco dopo le 16.00 del 16 luglio, infatti, Porto Empedocle capitolò. Le navi al largo seppero della presa della cittadina solo quando nel pomeriggio un idrovolante atterrò per chiedere la resa in quanto la radio principale dei Rangers era andata in avaria (24). Intanto, la città capoluogo era ormai praticamente accerchiata, visto che il quadrivio Spinasanta era in mano americana e l’artiglieria nemica poteva battere da buone posizioni le strade che collegavano Agrigento con le retrovie a Raffadali ed Aragona. Fu da questa ultima località che venne ordinata una controffensiva, ma il reparto incaricato, giunto in periferia, presso la Stazione bassa, fu investito e arrestato dal fuoco dell’artiglieria americana. Più fortunato fu l’attacco del Gruppo mobile”B”, agli ordini del tenente colonnello Pio Storti (25), che poteva contare su una compagnia di semoventi da 47 mm, una di carri medi Renault di preda bellica francese, due compagnie di bersaglieri, una sezione contraerei e una batteria tedesca da 88 mm. L’attacco su Montaperto avvenne alle 15.30, riuscendo in pieno con la liberazione di 30 artiglieri fatti precedentemente prigionieri dai Rangers (26). In quelle stesse ore iniziava però l’offensiva finale sul fiume Naro, dove il 1° Battaglione di fanteria statunitense veniva raggiunto dal 3° Battaglione del 7° Reggimento fino allora tenuto di riserva. Queste forze riuscirono ad avere ragione di quella che era stata fino a quel momento la caparbia resistenza italiana del 73° e di altri reparti minori di bersaglieri e di fanti costieri. Le artiglierie di Cozzo Mosé erano intanto state messe a tacere dal diluvio di fuoco navale e aereo, mentre qualche colpo veniva ancora sparato dall’ultima batteria superstite, la 331a di Poggio Muscello del capitano Nicola Sapio (27). Alle 20.00 oramai Agrigento era completamente circondata, mentre i primi reparti americani entravano in città. Fu allora che dal comando della 207a Divisione costiera arrivò al XII Corpo d’armata l’ultimo messaggio: “Dopo 7 giorni di strenui combattimenti, sotto l’incessante martellamento navale e terrestre, circondata da ogni parte, Agrigento cede alla preponderanza nemica al grido di “Viva l’Italia”. La risposta del generale Francesco Zingales ( 28 ) non si fece attendere: “Il XII Corpo d’Armata saluta gli eroi di Agrigento”.

(estratto parziale da: Calogero Conigliaro, La battaglia di Agrigento, Storia Militare, 2013, n° 238 – anno XXI)

NOTE
8 Alberto Santoni, LE OPERAZIONI IN SICILIA E CALABRIA, ROMA 1989, pag. 32
9 Ibidem pag. 134.
10 AUSSME, cartella 2124/B.
11 Per una corretta valutazione delle forze in campo è necessario ricordare che le divisioni statunitensi erano organizzate su tre reggimenti di fanteria, mentre quelle italiane, binarie, disponevano di due reggimenti. Pertanto, nel settore di Licata, gli americani impiegarono 3 reggimenti di fanteria più uno di Ranger.
12 Emilio Faldella, op. cit., pag. 117.
13 L’originale diario storico del XII Corpo d’armata in realtà è andato distrutto nel bombardamento di una caserma di Avellino avvenuto nel settembre del 1943. Quello conservato all’Ufficio storico dell’Esercito è una ricostruzione da pagine e documenti ritrovati dopo quel bombardamento, molti però lo hanno seguito alla lettera ed il risultato è stato che per diversi testi il 177° Reggimento bersaglieri combatté ad Agrigento con due soli battaglioni: il 526° impegnato a Campobello di Licata ed il 527° che sarà distrutto anch’esso a Palma di Montechiaro il giorno seguente.
14 Emilio Faldella, op. cit., pag. 118.
15 Apparato radar e batteria contraerei erano giunti a Porto Empedocle solo poco tempo prima (si veda C. Conigliaro – G. Todaro, in “STORIA militare”, cit.).
16 Kemnade, op. cit. pag. 402.
17 Salvatore Fucà, Quei tragici giorni del ’43, op. cit., pag. 102.
18 Ibidem, pag. 102.
19 La documentazione italiana arriva a indicare la presenza di ben 22 navi da guerra nelle acque davanti ad Agrigento e a Porto Empedocle.
20 Questi fatti sono stati raccontati da diversi testimoni e comprovati dal rinvenimento a Piano Gatta di numerose munizioni d’artiglieria, oltre che da foto aeree di fonte americana dove si vedono gli effetti del tiro delle navi nei dintorni della batteria.
21 Il fatto è rimasto praticamente sconosciuto e il nome di Ricciardelli lo si trova solo su una recente pubblicazione. I particolari sono stati riscoperti grazie all’Albo d’Oro che conserva nel fascicolo dell’ufficiale la testimonianza, se pur indiretta, del sottotenente Di Maio dello stesso reparto.
22 Albert N. Garland e altri, op. cit., pag. 228.
23 Salvatore Fucà, Quei tragici giorni del ’43, op. cit., pag. 108.
24 In merito alla difesa di Porto Empedocle va ricordato anche il centurione Giuseppe Morello della Milmart che continuò a sparare verso il mare, persino nella stessa mattinata del 16 a poche ore dalla cattura della sua batteria. Si veda Emilio Faldella, op. cit., pag. 183.
25 Sino a poco prima comandante del 10° Reggimento bersaglieri.
26 Salvatore Fucà. Quei tragici giorni del ’43, op. cit., pag. 102-104.
27 Nicola Sapio, op. cit. pag. 43.
28 Il generale Francesco Zingales era subentrato al parigrado Mario Arisio al comando del XII Corpo d’armata la sera del 12 luglio.
_________________
” Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini” (N. Giani)
Torna in cima

QUANDO PATTON ESPUGNÒ AGRIGENTO 

di Calogero Conigliaro

Compiuto lo sbarco, l’occupazione della parte occidentale dell’isola spettava agli americani della 7a armata agli ordini del generale George Patton; compito strategico prioritario era la protezione del fianco dell’8a armata di Montgomery la quale aveva l’obiettivo di raggiungere al più presto il porto di Messina dal quale avrebbe potuto tagliare i rifornimenti alle truppe italo-tedesche bloccandone la fuga. Lo sbarco nella zona ovest avvenne ad opera della terza divisione di fanteria del generale Truscott alle prime ore del 10 luglio, nelle spiagge intorno Licata, la quale fu occupata nella stessa mattinata. Dopo aspri combattimenti, soprattutto nella zona di Campobello di Licata, la controffensiva italiana nella giornata dell’11 fu respinta con la definitiva conquista di Palma di Montechiaro che era costata in due giorni la cattura di due dei battaglioni del 177° reggimento del colonnello Venturi. La linea del fronte nella provincia si spezzò in due tronconi. Sul fronte lungo la costa in direzione di Agrigento, a partire dalla cittadina di Naro sino alla foce dell’omonimo fiume, si schierarono il 10° reggimento bersaglieri con l’aggiunta di reparti minori del 177°; a queste forze si aggiungevano le artiglierie del 12° raggruppamento del colonnello Corrado Ravaioli. Fu a questo punto chiaro a Patton che era possibile poter puntare sulla conquista della città di Agrigento dalla quale si sarebbe spalancata la via verso Palermo. Ma fu proprio nelle giornate del 12 e 13 luglio che i fanti piumati del 35° battaglione bersaglieri, guidati dal maggiore Guido Moccia scrissero, a caro prezzo – con oltre 200 tra caduti e feriti – pagine di puro eroismo bloccando gli americani e causando loro serie perdite. Il comandante italiano fu successivamente decorato con la medaglia d’oro al valor militare, ma le azioni belliche gli erano costate l’amputazione di un braccio. Patton non si fece però scoraggiare e riuscì a farsi accordare dai suoi superiori una ricognizione in forze che affidò al 7° reggimento di fanteria rafforzato dal 3° battaglione ranger ed a contingenti corazzati e di artiglieria. L’azione finale per la conquista della città dei templi scattò la sera del 15 luglio. Un episodio rimasto in parte oscuro, chiarito solo in questi giorni ad opera di Giuseppe Todaro, un ricercatore empedoclino che partendo dalla testimonianza di Salvatore Navarra, un pastore nel cui terreno tra Villaggio Mosé e San Leone era posizionata una batteria costiera comandata dal capitano Nicola Sapio, è riuscito risalire ad un testo quasi del tutto sconosciuto, scritto proprio dal capitano d’artiglieria all’età di 90 anni, poco tempo prima della sua morte. L’autore citava tra l’altro la morte in combattimento, dell’amico capitano dei bersaglieri Ludovico Ricciardelli. «È stato possibile poter far luce sul mistero di questo eroico ufficiale – ha spiegato Giuseppe Todaro – grazie alla collaborazione con l’Albo d’oro del ministero della Difesa, il quale ci ha fornito le notizie contenute nella documentazione in suo possesso. Infatti non solo non si sapeva nulla di questo caduto, mai citato prima nelle altre pubblicazioni, ma non si conosceva neppure il fatto che alla battaglia di Agrigento avesse partecipato una compagnia del 525° battaglione bersaglieri, che si pensava fosse stato distrutto interamente il giorno dello sbarco, nei pressi di Palma di Montechiaro». In particolare si è pervenuti ad una dichiarazione del sottotenente Corrado Di Maio, fornita ai carabinieri soltanto il 2 dicembre del 1957 che così raccontava quei fatti lontani: «Nella notte tra il 15 ed il 16 luglio del 1943, gli americani infiltratisi dal mare verso l’interno, dopo aver travolto un nostro plotone situato a valle della quota Serra Sale, attaccarono la nostra posizione. Nel combattimento che ne seguì e che durò circa un’ora, il capitano decedette sul campo, da quando riferitomi da alcuni compagni catturati prigionieri, perché colpito da bomba a mano alla gola durante l’assalto. Io personalmente sentì nell’ultima fase del combattimento gridargli “avanti Savoia”». Le sorprese erano però soltanto agli inizi. Infatti nella speranza di poter trovare altri particolari sulla storia di Ricciarelli, Todaro è riuscito a rintracciare a Firenze il figlio dell’ufficiale caduto, Pier Nicola Ricciardelli, il quale è rimasto basito nel sentire qualcuno che dopo settant’anni anni avesse scoperto la storia del genitore, per il semplice motivo che il caduto, non risultava alla famiglia morto, bensì disperso. «Non ho potuto credere alle mie orecchie – ha raccontato al telefono il signor Ricciardelli – quando questo ricercatore agrigentino mi ha raccontato per filo e per segno come andarono le cose la notte in cui morì mio padre. Il suo corpo infatti non fu mai identificato, probabilmente per colpa di una leggerezza di mia madre. Infatti prima della partenza per il fronte, mia mamma gli regalò una piastrina tutta d’oro con i suoi dati anagrafici. Per tale ragione è presumibile che quando il corpo di mio padre rimase senza vita, qualcuno rubò la sua piastrina di riconoscimento e per tale motivazione la sua salma non fu più identificata. Sapevamo solo che era stato disperso durante i fatti d’armi in Sicilia». Adesso il signor Ricciardelli sta valutando la possibilità di poter chiedere un’onorificenza al ministero della Difesa in onore del padre caduto. La battaglia di Agrigento si concluse alle ore 20 dell’indomani, 16 luglio 1943, dopo una settimana di disperata resistenza.

AGRIGENTO 1943: RESISTENZA AD OLTRANZA! 

– La guerra. Che cosa succede in una trincea? Com´è l´attesa dell´attacco nemico? Che cosa significa sparare ed essere bersaglio degli spari avversari, il passare dei giorni e delle notti, la fame, la sete, i morti, e poi l´assalto finale, la resa? In un caposaldo alla periferia di Agrigento un giovane ufficiale dei bersaglieri, 22 anni, vive questo dramma e lo racconta. E´ Alfredo Ferri, nato a Treviglio nel settembre del 1921. Ecco la cronaca: “In una brutta giornata, verso la fine di giugno, sui muri delle città e di ogni piccolo paese apparve­ro brevi manifesti, quasi a lutto, che informavano la popola­zione che si riteneva ormai prossimo lo sbarco delle truppe anglo-americane. Oltre alle rituali sollecitazioni alla calma, alle istruzioni sui comportamenti da tenere, si informava che non si sarebbero più suonate le campane. La ripresa del loro suono avrebbe dato la notizia dell´avvenuto sbarco.

“I giorni che seguirono si consumarono, per le famiglie, nelle più preoccupate ipotesi di che cosa fare e di che cosa mettere al riparo, nello scambio di notizie e pareri con familiari e amici lontani. La tensione si faceva sempre più acuta, ogni rumore poteva essere quello delle campane. Nella notte dell´8 luglio udimmo il suono delle campane venire dal paese ancor prima dell´arrivo del portaordini. Era verso le ore ventidue e ci apprestavamo a dormire. Urlai: “le campane, le campane”.

“Nel buio fu tutto un agitarsi di urla, di comandi, tutto an­dava spiantato nel minor tempo possibile, tende, comando, cucine, e caricato sui carri. Il muoversi affannoso delle ombre degli uomini si stagliava contro le poche luci. Caricati i bersaglieri nei camion, legati i teloni di copertura, saliti gli ufficiali nelle cabine, la colonna si buttò velocemente verso la costa. La strada sembrava fatta di sole curve, giù a Burgio, poi a Ribera fino al bivio di Montallegro, nel buio più completo, per raggiungere dopo una ottantina di chilometri i sobbor­ghi di Agrigento. Per la nostra compagnia la destinazione era il “caposaldo 93, quota 90, foce del fiume Naro, al km 193 della SS Agrigentina n. 115″. L´ordine era di “resistenza ad oltranza per impedire l´accesso dei mezzi corazzati nemici in Agrigento”.

“La flotta americana era ormai in vista delle coste sicilia­ne e gli aerei americani passavano altissimi, sopra di noi in continuità. Era iniziato lo sbarco con il lancio di migliaia di paracadutisti nelle zone interne dell´isola. Il nostro caposaldo era a una decina di chilometri, posto su un dosso sopra la strada che costeggiava il mare. Due cur­ve ne limitavano la visibilità. Il dosso era già stato preparato parzialmente a difesa, con lo scavo di alcune trincee e buche.

“Nel tardo pomeriggio apparvero sul mare i primi puntini neri della flotta che si avvicinava e sopra le nostre teste si cominciò a sentire il sibilo delle prime bombe che si perdevano lon­tano alle nostre spalle. Lentamente, i punti neri si fecero sempre più fitti e grossi, men­tre il bombardamento dal mare aumentò d´intensità. Con l´imbrunire apparvero più evidenti, in diversi colori, le trac­ce dei proiettili. Il cielo esplose in una spaventosa sarabanda di fuochi e di scoppi. Non eravamo in grado di individuare i bersagli dei tiri, ma erano certamente la città e il porto di Agrigento. Non noi per il momento.

“Dalle grosse navi della prima fila cominciarono a staccarsi dei natanti più piccoli e da questi altri minori, quasi riem­piendo tutta la zona di mare di fronte a noi. Stava sbarcando, verso la spiaggia davanti a noi, una parte della 7a armata americana. Passammo le lunghe ore dell´imbru­nire e del farsi notte con nel cuore i sentimenti più con­trastanti, senza una parola, attratti dai rombi, dai sibili dei proiettili e dallo “spettacolo” di colori che ci avvolgeva.

Con il sopravvenire della notte tutto cessò quasi improvvisamente e il buio nascose ai nostri occhi le operazioni di sbarco che cer­tamente si erano concluse sulla spiaggia. In attesa dell´alba, stanchi per il lavoro e per le emozioni, i bersaglieri si erano addormentati accucciati nelle trincee. Noi quattro ufficiali cercammo un po´ di riposo sui covoni di paglia abbandonati al centro del dosso.

“Si stava ancora formando nel cielo il roseo dell´alba quan­do venimmo svegliati dai primi proiettili che colpivano le no­stre posizioni. Con una rapida corsa raggiungemmo le nostre trincee, nascoste dalle canne e dalla paglia stesavi sopra. Uno di noi rimase però sul campo, colpito al ginocchio da un gros­so proiettile tracciante di mitragliera. Per lui non potemmo fare nulla, perché la battaglia era scoppiata. Venne raccolto più tardi dai barellieri di un reparto della sa­nità, che era stato sistemato al coperto, dietro di noi, a servi­zio di altri reparti che operavano attorno.

“Nell´affanno della corsa caddi nella mia trincea, dove i bersaglieri addetti al cannoncino anticarro erano in ansia. Erano apparsi a una delle curve della strada verso Agrigento i primi carri armati. Sparai sul primo carro con il cannone già pronto e messo in postazione. Forse, più della mia capacità di mira fu la fortuna che indirizzò il colpo verso i cingoli, bloccando il carro armato in mezzo alla strada, facendo velocemente ritirare dietro la curva quelli che lo se­guivano. Fu il mio battesimo di fuoco.

“Iniziò l´assalto al nostro caposaldo da parte della fanteria americana rimasta nascosta sulla spiaggia. Durò fino a sera, poi cessò. Timidamen­te cominciammo a muoverci senza reazione da parte degli americani. Feci scendere fino alla strada alcuni bersaglieri. Nel carro era rimasto il carrista. Fu il nostro primo, e unico, prigioniero che accompagnammo nelle retrovie. Ma quello che più ci rallegrò furono le scorte di viveri rinvenute nel carro, sigarette, cioccolato, biscotti, marmellate, dal gusto a noi sconosciuto. Fu il primo contatto con le abitudini di vita degli americani e con la loro ricchezza.

“Molto meno piacere ci diede la scoperta che gli artiglieri della postazione sotto di noi erano fuggiti. Erano in un luo­go troppo scoperto e non avevano potuto fare altro. Uno era ancora nascosto nel fossetto della strada. Non ne volle sapere di salire nelle nostre trincee e nella notte sparì.
“La notte fu quasi di veglia. La paura di un attacco improv­viso, dopo l´inattesa sospensione degli spari, ci costrinse a te­nere alto lo stato di allarme. I bersaglieri vegliarono a turno, alcuni dormirono alla meno peggio nelle trincee, altri fuori sulle stoppie del grano avvolti nelle mantelline e così anche noi ufficiali. Mi azzardai a compiere un breve giro delle po­stazioni. Tutto sembra­va ancora tranquillo.

“Anche il mattino dopo non fu la “rosata aurora” a darci il benvenuto su questa terra, ma l´iroso sparo delle mitragliatrici. Cominciò una nuova giornata di battaglia, da parte nostra per impedire il transito sulla strada e contrastare i tentativi americani di attaccare il nostro caposaldo. Le ore pomeri­diane, nella fossa infuocata delle trincee, trascorsero lente, eterne per noi che aspettavamo il refrigerio della notte e la pausa degli spari.

“Avevamo esaurito le riserve d´acqua e la sete cominciava a farsi sentire. Con il sopravvenire del buio cessarono gli spari. Si stabilì tra noi e gli americani quasi una forma di tacita inte­sa. Nel buio cominciammo a muoverci con meno prudenza, senza incontrare alcuna azione di contrasto. Anche noi sentivamo i loro movimenti e perfino il rumore metallico delle vanghette con le quali sistemavano le loro difese. Evitavamo però di sparare.
“Fu possibile far scendere una piccola pattuglia nella sottostante masseria alla ricerca d´acqua. Il pozzo era ancora in uso. Tornarono con alcuni piccoli otri d´acqua e perfino con qualche uovo che le galline, per nulla spaventate dagli spari, continuavano tranquillamente a deporre. La notte passò con meno tensione e un po´ più di riposo.

“Il terzo giorno la musica cambiò. I soldati americani avevano cambiato la direzione di attacco, spostandolo sulla nostra sinistra, dove esistevano grossi depositi che ritenevamo di pani di zolfo. Sulle nostre mappe non risultavano però indicazioni riguardo l´esistenza di zolfatare. Dietro, al loro riparo, avevano sistemato alcune batterie di mortai. Da lì cominciarono al mattino i primi colpi. Avremmo preferito gli spari secchi delle mitragliatrici a quello dei mor­tai, che arrivavano subdoli, senza avviso. Si sentiva il loro sibilo sopra le teste e, quando andava bene, lo scoppio dietro le nostre spalle. Sparavano ´a forcella´: un colpo lungo ed uno corto per centrare il tiro.

“I colpi cadevano sempre più vicini, ma, fortunatamente, senza mai centrare in pieno le trincee. Il terreno attorno al caposaldo era ormai pieno di buche e di avvallamenti. Co­minciammo ad avere i primi feriti colpiti dalle schegge nel tentativo di strisciare verso i depositi delle munizioni. Funzionava ancora, in modo molto rischioso, una modesta assistenza ai feriti che venivano trasportati nelle retrovie.

“La giornata passò senza che il nemico riuscisse ad avanza­re verso le nostre posizioni. Il cannoncino continuava ad essere di molta utilità nel supporto al fuoco delle mitragliatrici e dei fucili. Riuscivamo a vedere con il binocolo gli americani, attraverso gli stretti corridoi dei blocchi dei pani di zolfo, spostarsi di corsa da un blocco all´altro nel tentativo di avvicinarsi a noi.
“Avevo puntato il 47/32 in uno di questi corridoi, atten­dendo e contando i tempi dei loro passaggi. Sparai quasi per istinto, colpendo in pieno una piccola pattuglia. Ho ancora negli occhi la scena, sia pure lontana e confusa, dei movi­menti dei soldati colpiti. Mi prese un momento di assurda gioia, seguito dall´urlo di vittoria dei due bersaglieri che mi assistevano. Poi ho continuato a chiedermi perché ne fossi contento.

“La tensione e la stanchezza cominciavano a farsi sentire. Come cibo avevamo le dure gallette, qualche pagnotta avan­zata e le scatolette di carne dura e fibrosa. Per l´ acqua poteva­mo ancora contare sui rifornimenti notturni dal pozzo della masseria.
“Cominciavamo a contare i nostri morti. Nella mia trincea, caduto sopra il mucchio di terra attorno, un nostro sergente, De Luca, pugliese, era stato colpito nel pieno della fronte, un piccolo foro, con la morte credo istantanea. Nemmeno un grido, gli occhi sbar­rati verso il cielo. Aveva in tasca una licenza di quindici giorni per tornare a casa a salutare la giovane moglie appena spo­sata.
“Un altro bersagliere era stato colpito all´addome da una sventaglia­ta di proiettili. Rimase sdraiato, sul bordo della trincea, con il ventre aperto. I suoi lamenti, il dolore, le sue vane richieste di aiuto continuarono per molte ore senza alcuna nostra pos­sibilità di assisterlo.

“La tensione nervosa dei bersaglieri, che stava ormai cedendo, dava a noi ufficiali gravi preoccupazioni. Uno dei miei bersaglieri, sem­brava quello più forte e robusto, fu assalito in un pomeriggio da una crisi di nervi, sbavando e urlando la sua volontà di farla finita. Gli altri compagni atterriti mi guardavano atten­dendo un mio intervento. Feci un atto inconscio, spontaneo e pericoloso. Lo presi per la camicia, sbattendolo contro la parete della trincea, dandogli due forti schiaffi, senza parole. Rimase muto a fissarmi e dopo pochi istanti ritornò in sé, ma non disse più alcuna parola.

“La battaglia continuò per un paio di giorni, senza che gli americani potessero avanzare. Il caposaldo sotto il continuo bombardamento con i mortai era ridotto a un campo di bu­che. Nei depositi delle munizioni, più volte colpiti, le casse continuavano a bruciare, aumentando il pericolo per qualsia­si nostro movimento. Anche il cannoncino anticarro era stato colpito. Rimase rovesciato nella sua piazzola fuori della mia trincea, ormai in­servibile, come era buona parte delle armi senza più muni­zioni. Sentivamo ormai prossima la nostra fine. Preparammo sui bordi delle trincee dei piccoli depositi di bombe a mano per l´ultima difesa.

“Da sei giorni ci nutrivamo di poca galletta inumidita nell´acqua, ma anche questa stava finendo e non avevamo più alcuna possibilità di scendere al pozzo della masseria. An­che gli americani avevano rallentato il ritmo dei loro attac­chi. Molto probabilmente attendevano la nostra resa e non volevano altri morti.
“Nella mattinata del settimo giorno gli spari erano ulteriormente diminuiti fino quasi a cessare nelle prime ore del po­meriggio. Mi ero sdraiato fuori dalla trincea, sulla piazzola del cannon­cino, al riparo di un mucchio di terra. Con il binocolo cercavo di individuare le postazioni americane dalle quali non proveni­va più alcun rumore, né vi si notavamo movimenti.

Ero talmen­te assorto che, al primo istante, non mi accorsi dell´allungarsi davanti a me di alcune ombre, proiettate dal sole al tramonto dietro le mie spalle. Mi buttai di slancio nella trincea. Sopra, minac­ciosa, una pattuglia di soldati americani, con i mitra imbraccia­ti, intimavano la resa. Avevano sfondato un punto del nostro caposaldo e ci avevano preso alle spalle. Nella doppia trincea, che aveva la forma di una elle, i bersaglieri si erano rifugiati nel braccio al momento più riparato. Per poterci colpire gli ameri­cani avrebbero dovuto spostarsi dall´altro lato, ma temevano la nostra reazione. Alle loro imposizioni di uscire fecero seguito ripetuti spari nella trincea. Ormai non c´era più nulla da fare. Toccava a me, agitando un fazzoletto bianco in mano, uscire per primo. Mi videro disarmato e non spararono.

“Dopo una prima sensazione di paura, subentrò in me un improvviso senso di tranquillità. Negli sguardi dei bersaglieri, quasi increduli, leggevo il passare dai sentimenti di paura a quelli della rassegnazione e poi quasi della gioia.
“Per noi era finita. Attorno, in mezzo alle buche delle bom­be, i nostri morti. Non ci lasciarono il tempo per raccoglierli, né per piangerli.

“Al piccolo gruppo di quanti rimanevano della mia squa­dra, si aggiunsero anche gli altri usciti dalle trincee. Ci porta­rono in un uliveto distante, dividendo gli ufficiali dalla trup­pa. Una veloce identificazione ricavata dalle piastrine metal­liche che portavamo al collo, sostituendole con un tag, un cartoncino telato, appeso al collo con un cordino: “Date of capture july, 16, 1943 – place of cap­ture, Agrigento, fiume Naro, Q95 – Ferri Alfredo – 2nd Ltn – ­Unity making capture 7th C.T.” ed il mio numero di matricola: 81-1-49495″. Il retro del tag recava, in modo sgrammaticato, “Se previene i prigionieri di guerra di non mutilare, distruggere e perdere questa etichetta”.
“Il governo americano può stare tranquillo. La conservo ancora con cura tra i pochi ricordi. Da quel momento ero diventato un “PW, prisoner of war”.

Questo bel racconto è stato tratto dal libro di Alfredo Ferri “Diari di vita e di cooperazione”. 1921-2005″, edito da Ecra, Edizioni del Credito cooperativo, 2009. Alfredo Ferri è stato funzionario e direttore di banca, poi presidente della Federazione italiana Casse rurali; poi laureato in sociologia, “honoris causa”, all´università di Urbino. 

 

https://www.ibiblio.org/hyperwar/USA/USA-MTO-Sicily/index.html

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here