Una comunicazione di poche righe, trasmessa da un colonnello del regio esercito a un suo superiore alle 9,20 del 10 luglio 1943, mentre in Sicilia era appena iniziata l’ Operazione Husky e infuriavano i combattimenti subito dopo lo sbarco degli anglo-americana nell’ Isola.

Svela un inedito, agghiacciante, particolare sul comportamento delle truppe americane nell’ area di sbarco di Gela: i primi soldati italiani fatti prigionieri furono utilizzati come scudi umani per coprire l’ avanzata del generale Patton nell’ entroterra.

Un’ inedita rivelazione che a distanza di 68 anni riaffiora da un foglio di carta velina ingiallito, posto all’ interno di un faldone dell’ Archivio dell’ Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’ Esercito italiano, ritrovato nei mesi scorsi da uno studioso di storia gelese, Nuccio Mulè, al quale non è sfuggito un particolare del lungo resoconto scritto dal generale Orazio Mariscalco, comandante della XVIII brigata costiera, la sera del 10 luglio 1943, nella cronologia degli avvenimenti delle prime quarantotto ore di scontri nell’ area di sbarco della Settima armata Usa tra Licata e Scoglitti: «…Ore 9,20: il Col. Altini comunica che la 49a btr. si è arresa perché il nemico veniva avanti facendosi coprire dai nostri soldati presi prigionieri…» (Aussme, cartella 2124).

La quarantanovesima batteria costiera italiana (che faceva parte del gruppo di sei unità di artiglieria antisbarco, a difesa del litorale gelese, collocate tra punta Due Rocche, ad ovest di Gela, e la foce del fiume Dirillo, nella zona di punta Zafaglione, a sud di Niscemi), si arrende, dunque, senza sparare un colpo e lo fa per una scelta ben precisa: evitare di colpire i propri commilitoni prigionieri costretti ad avanzare verso l’ entroterra gelese davanti a drappelli di soldati americani e utilizzati come scudi umani. Il col. Altini trasmette la motivazione della resa al suo superiore, il generale Mariscalco, che ne prende atto, l’ annota nella relazione la firma e la trasmette allo Stato Maggiore. A Roma nessuno fa caso a quelle poche righe, né viene chiesta una più approfondita relazione. Così, fino ad oggi, questo documento rimane la sola testimonianza di quegli scudi umani.

Una semplice annotazione che svela una nuova verità sulla “guerra buona” combattuta dai soldati a stelle e striscie in quella cocente estate del 1943 e getta un’ ombra sulla loro condotta militare e umana. «Spesso sui libri leggiamo che durante lo sbarco americano in Sicilia i soldati italiani si arresero per codardia – dice il professore Mulé – ma non risponde a verità. O meglio non fu così per tutti quelli che deposero le armi e questo documento ce lo conferma. E poi vi sono le stragi.

Gruppi di soldati americani si abbandonarono a selvaggi comportamenti in sfregio all’ etica militare e ai dettami della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra». Come non ricordare l’ eccidio a sangue freddo di 73 prigionieri a Biscari (oggi Acate), o di civili inermi a Piano Stella, oppure quello di una ragazza uccisa a colpi di mitra assieme ai suoi due bambini in una viuzza di Gela, o ancora la fucilazione, senza motivo, di quattro carabinieri reali, sempre a Gela, compiuta dai paracadutisti dell’ ottantaduesima divisione; questi atti, che comunque non trovano giustificazione, rappresentano forse la conseguenza estrema di una catena di violenza che si scatena durante ogni guerra. Il generale Patton, che guidò la Settima Armata in Sicilia, fu l’ artefice di alcuni di questi terribili ordini. Oltrea quello di «non fare prigionieri…» e di «ammazzare subito i soldati nemici, fossero pure a mani alzate», ai suoi uomini amava predicare: «Quando incontreremo il nemico noi lo uccideremo. Noi non dovremo avere nessuna pietà di lui… Dovete avere l’ istinto dell’ assassino. Avremo la nomea di assassini e gli assassini sono immortali. Noi dobbiamo crearci la fama di assassini». D’ altro canto, come ha rivelato lo storico inglese Anthony Beevor, anche durante lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 gli Alleati, oltre ad uccidere i prigionieri tedeschi, compresi i feriti, utilizzarono in molti casi i soldati della Wehrmacht e i militari della Waffes-SS come scudi umani e, a volte, li costrinsero ad avanzare in avanscoperta sui campi minati. E così fu anche durante la guerra d’ Africa. Uno dei tanti prigionieri italiani, un artigliere salernitano, Andrea Liquori, classe 1917, ha raccontato di recente che dopo essere stato catturato dagli inglesi e trasferito in un campo di prigionia in prossimità del canale di Suez, gli toccò, assieme ad altre migliaia di prigionieri, «l’ infame compito di fungere da scudo umano a difesa delle strutture portuali per evitare bombardamenti da parte delle forze dell’ Asse». La battaglia per la conquista di Gela fu una delle più cruente dell’ intera campagna di Sicilia. E forse i soldati della 1a divisione americana del generale Terry Allen, sbarcati assieme a due brigate di Ranger sul litorale gelese su un fronte di 41 chilometri, tra punta Due Rocche e Punta Zafaglione, non si aspettavano la dura reazione italo-tedesca. La difesa italiana di Gela era stata schierata lungo i bunker costruiti a difesa della spiaggia e del centro abitato. Ad alcuni reggimenti e battaglioni era toccato il compito di resistere alla prima forza d’ urto degli uomini di Patton. Già nella prima giornata di attacchi gli italiani subirono pesanti perdite: circa 180 soldati e 17 ufficiali, ovvero ben la metà dei poco meno dei 400 uomini in servizio effettivo, caddero. Il generale Guzzoni, comandante della Sesta armata in Sicilia, pur cosciente dell’ inferiorità di uomini e mezzi, diramò così l’ ordine di contrattacco, facendo confluire sull’ area di Gela la divisione Livorno assieme ad un gruppo mobile di stanza a Niscemi e alla divisione tedesca Herman Goering, collocata a Caltagirone. Il piano di Guzzoni era quello di ricacciare nel mare il nemico ancora prima che potesse riorganizzarsi dopo lo sbarco; ma fu un tentativo disperato e la controffensiva italotedesca venne schiacciata dall’ artiglieria navale alleata. Il 12 luglio sui campi di battaglia attorno a Gela si contarono circa duemila cadaveri di soldati della Livorno, 214 ufficiali, seicentotrenta tedeschi, e circa 2300 americani tra morti e feriti.

Furono fatti prigionieri oltre duemila italiani, mentre altri soldati trovarono rifugio nelle case dei contadini nelle campagne di Gela e Niscemi. Dopo la violenta battaglia di Monte Castelluccio fu fatto prigioniero anche il tenente colonnello Ugo Leonardi, comandante del III battaglione del 34° reggimento di fanteria della divisione Livorno. Leonardi, nella sua relazione sui combattimenti di Gela, raccontò un altro particolare sul comportamento dei soldati americani: «Al termine dei combattimenti una numerosa squadra di militari americani si scagliò su di me, sul tenente medico Mario Zocca e sul sottotenente Giuseppe Vitoni, entrambi portanti in maniera visibile il bracciale della croce rossa internazionale.

Ancora accesi in volto dall’ ardore della lotta, essi ci puntarono i moschetti al petto per immobilizzarci e ci disarmarono strappandoci cinturoni e pistole. Poi ci schiaffeggiarono, pronti anche a finirci con le armi se qualcuno di noi avesse minimamente reagito. Con questo gesto essi hanno voluto umiliarci, anziché riconoscere e cavallerescamente aprezzare il valore del soldato italiano che si battè in sicilia nonostante la sua grave inveriorità in forze e mezzi d’ ogni genere».

EZIO COSTANZO da: la Repubblica.it > 2011 > 07 > 23 >
I SEGRETI dello SBARCO SOLDATI SICILIANI SCUDI UMANI DEI MARINES

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